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23/02/26 ore

Cultura: Sgarbi assolto, ma non l'inadeguatezza di chi deve esprimersi sulla validità delle opere antiche


  • Giovanni Lauricella

Il 16 febbraio 2026, Vittorio Sgarbi è stato assolto dal Gup di Reggio Emilia dall'accusa di riciclaggio legata al quadro "La cattura di San Pietro" di Rutilio Manetti, un'opera considerata rubata nel 2013. La sentenza, pronunciata con rito abbreviato, ha stabilito che il fatto non costituisce reato, disattendendo la richiesta avanzata dalla Procura per una condanna a 3 anni e 4 mesi.

 

Questo episodio rappresenta un'occasione significativa per riflettere su un problema profondo e spesso ignorato che affligge la cultura italiana, un tema centrale che appare ancora più evidente alla luce di vicende simili.

 

Al di là della disputa con la magistratura e delle implicazioni del verdetto di assoluzione, è venuta alla luce una verità assai più grave: l'inadeguatezza di alcuni funzionari nella corretta valutazione delle opere antiche. Questo è un problema di estrema rilevanza per un Paese che custodisce il più ampio e prezioso patrimonio artistico al mondo.

 

Le soprintendenze, pur mostrando una certa efficienza in situazioni ordinarie, sembrano non essere all'altezza quando si trovano a dover affrontare casi complessi e delicati. Nel contesto italiano, rinomato a livello internazionale per la tutela del suo patrimonio artistico, ci si sarebbe aspettati un intervento chiaro e competente da parte delle istituzioni preposte. 

 

Invece, nel caso del dipinto "La cattura di San Pietro" di Rutilio Manetti, tale intervento è risultato assente. Le analisi specialistiche e i pareri tecnici che avrebbero dovuto costituire le basi per un dibattito solido sono mancati quasi completamente. Sorprendentemente, l’unica voce “rilevante” è stata quella di Ranucci di Report, figura distante tanto dal mondo dell'arte quanto dalle competenze necessarie per effettuare una perizia sulle antichità.

  

La vicenda non fa che sottolineare l'urgenza di una riflessione ampia e concreta sulla gestione del nostro immenso patrimonio culturale, che merita una cura e un'attenzione ben maggiori.

 

La vicenda legata al mistero del quadro rubato ha messo in evidenza non solo un episodio eclatante, ma anche una lacuna significativa nella nostra cultura: l'assenza di figure autorevoli capaci di esprimersi con competenza definitiva sulla validità delle opere d'arte, siano esse antiche o moderne. Una mancanza che rappresenta un problema serio per il nostro Paese. 

 

A supporto di questa riflessione, vale la pena ricordare l'esempio di un illustre studioso, Federico Zeri (Roma, 12 agosto 1921 – Mentana, 5 ottobre 1998), la cui carriera e vicissitudini mettono in luce proprio le carenze del nostro sistema culturale. Zeri, noto per il suo talento straordinario, lasciò il suo incarico presso i Beni Culturali nel 1952, dopo soli sei anni, per dedicarsi alla carriera privata. Un gesto che avrebbe dovuto scuotere l'ambiente culturale come un terremoto, rimase invece nell'ombra, ignorato e quasi dimenticato.

 

Con il tempo, la sua fama crebbe enormemente a livello internazionale grazie alle sue conoscenze enciclopediche e alla sua competenza ineguagliata. Tanto che, nel 1963, Zeri fu nominato nel consiglio d'amministrazione del Museo Getty di Malibu come esperto di opere antiche e, successivamente, collaborò con istituzioni prestigiose come il Metropolitan Museum of Art di New York e il Walters Art Museum di Baltimora

 

Nonostante fosse una figura di primo piano nel panorama mondiale della storia dell'arte, in Italia Zeri non ricevette mai il riconoscimento che meritava. Rimase sempre ai margini delle istituzioni culturali più illustri del Paese e non ricoprì mai incarichi pubblici di rilievo. Era considerato un outsider, uno studioso marginale. Paradossalmente, negli ultimi anni della sua carriera, forse per compensare l'ostracismo ricevuto nel suo stesso Paese, Zeri si reinventò come personaggio televisivo, amato dal pubblico anche grazie alla sua autoironia e al suo spirito brillante. 

 

È ancora vivido il ricordo delle sue apparizioni in TV con i caratteristici pantaloni a strisce stile "pirata".

 

Quello che sarebbe dovuto essere interpretato come un paradosso venne però sottovalutato: uno storico come Zeri, emarginato dal mondo accademico e istituzionale italiano, diventò una figura di punta proprio grazie alla sua solitaria eccellenza. Non trovò rivali né nel ministero dei Beni Culturali né tra gli accademici universitari. La sua fortuna - paradossale se si pensa alle difficoltà iniziali - risiede proprio nell'assenza di una reale competizione che potesse offuscarne il talento. Tuttavia, questo non è affatto motivo di orgoglio per il nostro sistema culturale: piuttosto, è una prova lampante delle sue gravi falle strutturali.

 

Oltre Zeri c'era il nulla. Pochi riuscivano a tenergli testa: le sue clamorose denunce di falsi reperti nei musei e gli errori nelle attribuzioni delle opere facevano rumore, era come il valore combinato di tutti i funzionari del ministero dei Beni culturali e degli universitari messi insieme, rappresentava un ingombrantissimo caso emblematico. Un caso che avrebbe dovuto spingere i ministri della cultura, succedutisi nel corso del tempo, a un esame di coscienza. Ma, come sappiamo, ciò non è mai accaduto.

 

Non sorprende che situazioni come quella vissuta da Sgarbi, in un’Italia ideale e capace di contare su numerosi esperti del settore, non avrebbero avuto modo di svilupparsi. Basterebbe infatti il parere autorevole di una comunità di studiosi, che in un Paese come il nostro dovrebbe abbondare, per mettere fine a certe derive. 

 

Eppure, un giornalista di Reporter riesce a far vacillare la credibilità della nostra cultura con una semplice inchiesta televisiva. A rifletterci, appare quasi ridicolo che uno spettacolo quanto basta  confezionato possa destabilizzare una lunga e solida tradizione artistica.

 

Questo è quello che dovrebbe essere considerato il vero scandalo in un’Italia sempre alla ricerca febbrile di colpe e indegnità da scaricare, di volta in volta, sui malcapitati di turno.

 

 


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