02/03/21 ore

Draghi, avanzi di partiti, tecnici e prospettiva di un rilancio. Conversazione Rippa - Rintallo



Sull’incarico come presidente del Consiglio a Mario Draghi, già presidente per otto anni della BCE (la banca centrale dei 19 paesi dell'UE che utilizzano l’euro), si condensano molti aspetti ma su un unico registro: nessuno è contrario. I partiti della fallimentare maggioranza dimissionaria, la contraddittoria e confusa opposizione di centrodestra, tutti sembrano sgomitare nel definirsi pronti a un voto favorevole in Parlamento. Il che è forse inevitabile e necessario.

 Quali saranno le  mosse del presidente incaricato non è dato per ora di sapere, considerando le alchimie su cui spingeranno i detriti dei partiti in campo, le fameliche burocrazie, gli intellettuali avvezzi al soccorso al vincitore. La crisi è grave e la sensazione che il presidente incaricato si muoverà con autonome decisioni è molto fondata e diventa ritrita la questione, a cui gran parte del subalterno sistema informativo del Belpaese si dedica, se a breve si farà un governo politico, di tecnici o onnicomprensivo. Più importante è cercare di capire in quale contesto lo stesso si muove e su quali idee guida intenderà caratterizzare questa sua esperienza.

Ne discutono in questa fase il direttore di Agenzia Radicale e Quaderni Radicali Giuseppe Rippa e Luigi O. Rintallo della redazione, provando a leggere sia i presupposti di questa crisi che i possibili sviluppi della stessa…

 

 

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Luigi O. Rintallo: Dopo essere stato evocato per mesi, alla fine Mario Draghi si è materializzato come presidente del Consiglio incaricato di risolvere il blocco del governo Conte 2, palesatosi già a giugno scorso quando gli Stati generali sulla ripresa riuniti a Villa Pamphili si erano chiusi in un nulla di fatto. La crisi aperta da Italia viva non ha nulla del fulmine a ciel sereno e di certo Matteo Renzi non si è mosso da solo, non credi?

 

Giuseppe Rippa: Fai bene a ricordare l’esito della riunione dei cosiddetti “Stati generali” per il rilancio, perché in quella occasione si evidenziò tutta la vacuità dell’azione governativa di Giuseppe Conte. Dopo la golosità di riconquistare il governo, nel tentativo di nascondere la vanità della sua linea politica, il Partito Democratico era convinto di indirizzarne il percorso. In realtà non ha indirizzato un bel nulla, perché ha agito a rimorchio dei 5Stelle e la vicenda economica è rimasta parcellizzata nella distribuzione a pioggia di sussidi, mai sistemata all’interno di un piano con una prospettiva di vero rilancio che, se fosse stata definita, sarebbe stata già una prima base delle iniziative da prendere in vista del recovery plan per gestire i fondi europei.

 

Ogni tanto il PD segnalava il suo disagio, però non è riuscito a superare il disegno di Franceschini che puntava a trascinarsi sino alla fine della legislatura prevedendo mille giorni di nulla sino al 2023. La famelicità degli incarichi – nel 2022 si gioca la partita del Quirinale – come occasione di sopravvivenza, ha spinto il PD ad assecondare di tutto. Compresi alcuni snodi sui quali è mancata sempre una chiara presa di posizione. 

 

La giustizia è uno di questi, perché ricordiamolo proprio sulla giustizia si è determinata la caduta del governo Conte 2. Altro che gli azzardi alla rincorsa dei “responsabili”, Conte si dimette poco prima della presentazione della Relazione sulla giustizia del suo ministro Bonafede. È su questo che cade, perché sa di non avere nemmeno quella maggioranza relativa strappata al Senato per un pugno di voti, in cui figurano anche quelli dei senatori a vita. La probabile bocciatura della relazione di Bonafede e della sua disastrosa gestione del ministero ha reso inevitabili le dimissioni. 

 

In molti hanno attribuito a Renzi l’input decisivo, seguita da una campagna di “spernacchiamento” del medesimo. Ma il punto essenziale è che Renzi si è mosso con una sponda assai solida nello stesso PD e con un occhieggiamento indiretto di una componente dei 5Stelle, a partire dal loro ex capo politico Luigi Di Maio. E che sia così è dimostrato, a contrario, proprio dal fatto che nel PD si sono poi precipitati a esaltare la figura di Conte, mentre è di tutta evidenza che il suo ruolo non ha nulla di incisivo. 

 

Lo stesso refrain per cui è grazie al suo governo che ci siamo riavvicinati all’Europa è privo di fondamento. L’Europa non può fare a meno dell’Italia, per quanto essa sia un’anatra zoppa. Se l’Italia precipitasse, precipita anche l’Europa e quindi l’UE avrebbe fornito anche al più disastrato governo le sponde per andare avanti. È una ricostruzione che non sta né in cielo, né in terra e non si capisce perché il PD l’abbia fatta sua; lo si può capire per l’armamentario di sinistra riunito attorno a Leu e a Speranza, il quale ha fatto del ministero della Salute l’ufficio politico del suo partito.

 

L.O.R. Si tratta ora di vedere a quale tipo di governo potrà dar vita Mario Draghi. Il punto critico resta sempre la posizione del PD e della sua dirigenza che, nella gestione della crisi, appiattendosi sulla persona di Conte ha rivelato un deficit preoccupante di iniziativa. La classe politica educata alle Frattocchie del vecchio PCI pare lontana anni luce. Hanno finito per appendere la loro linea a un nome, anziché – come in passato – a una strategia (che fossero le nazionalizzazioni o l’adesione all’Euro). Prima si sono ridotti nell’angolo con lo slogan “Conte o elezioni” ed ora cercano di rimediare definendo il futuro governo Draghi come una “continuazione” del Conte 2. Ecco, ma qualora dovesse accadere non sarebbe la fine ingloriosa dello stesso Draghi?

 

G.R. Dubito che Mario Draghi vorrà subire i partiti, nella loro frantumazione che si è esplicitata nel fatto che il governo Conte è caduto. Non dimentichiamo che Draghi ha saputo navigare nel mare magnum della politica europea, che lo vedeva a Francoforte – sede della BCE – oggetto dell’ostilità del governo tedesco. Per otto anni ha guidato la Banca Centrale e ha saputo attraversare questa ostilità, finendo per ricevere addirittura la massima onorificenza da parte del Capo dello Stato della Germania.

 

Draghi cercherà sì di contemperare le posizioni contrapposte di una maggioranza che si annuncia assai larga – dai 5Stelle alla Lega, con Fratelli d’Italia in opposizione ma non ostile – ma è molto improbabile che leghi il suo governo alle fragilità del PD. Non credo proprio sia disposto a confermare Bonafede alla Giustizia, checché ne pensi il fronte manettaro e giustizialista, o Gualtieri all’Economia dopo che ha avallato in questo anno la dispersione inutile di centinaia di miliardi finiti nel pozzo, senza garantire nemmeno quel minimo sostegno a un sistema produttivo devastato dai lockdown. Draghi dovrà necessariamente intervenire sulla linea di politica economica. Non a caso la Lega ha deciso sulla spinta dei soggetti economici presenti nel Nord Italia e le parole di Salvini, leader fragile, sono in questo senso emblematiche: preferisce star dentro a controllare, che restar fuori senza possibilità di intervento. 

 

Resta chiaro che la figura di Conte, esaltata dalla presenza a Palazzo Chigi in questi due anni, sotto la regia del portavoce Rocco Casalino che ce lo ha proposto in tutte le salse sui media, non corrisponde affatto alla raffigurazione che se ne è fatta di fine politico. Ho molti dubbi che la sua sarà in futuro una personalità politica in grado di imporsi nella memoria storica di questo Paese.

 

Gli snodi politici sono altri: il problema è vedere se Draghi si farà schiacciare sul “continuismo”, oppure se metterà dei paletti che segnino una soluzione rispetto all’andazzo precedente. Personalmente, propendo più per la seconda ipotesi. In fondo Draghi non ha niente da perdere: è arrivato come “salvatore della patria”, sollecitato anche dai Tedeschi, e si presenta come vero interlocutore per tutti i soggetti in campo sia nazionali, che internazionali. Non ha la necessità di rapportarsi con le solite camarille della scena politica italiana, dove ritorna perfino Beppe Grillo a farsi vedere, ma solo perché ciò risponde alla rappresentazione della debolezza e della fallacia di un soggetto come i 5Stelle che aveva in sé tutti i caratteri di vacuità di cui ora si è preso coscienza.

 

Draghi, piuttosto, dovrà corrispondere ai dettati dell’UE, che non era affatto tranquilla di come il governo giallorosso andava predisponendo la piattaforma economica. Draghi non ha alcun interesse, né voglia di proporsi come un soggetto politico: è chiamato come il grande luminare in sala operatoria, dopo che i chirurghi inetti hanno sbagliato intervento. La pressione dei partiti potrebbe deviare l’essenzialità del suo intervento, ma riflettiamo che in questa fase i partiti non hanno altra risorsa che aggrapparsi a Draghi. Come i finti partiti che hanno preso il posto della partitocrazia, in quanto terminale del reticolo di interessi corporativi, anche le parti sociali sono ingessate: pensa ai sindacati, non sono nemmeno in grado di svolgere la difesa di classe perché si muovono sempre a rimorchio e sono incapaci di svolgere un qualunque ruolo.

 

Per questo, quando il governatore di Bankitalia, Visco, torna a distinguere fra debito buono e debito cattivo, indica una linea di demarcazione molto chiara per il governo che verrà. Appare difficile che Draghi possa ignorarlo e ascoltare le chimere della passata maggioranza, che è stata specialista soltanto nell’aumentare il debito cattivo delle spese parcellizzate e improduttive.

 

L.O.R. La questione è proprio nel contrasto irredimibile fra le scelte di PD-5Stelle – in sostanza il tassa e spendi che ha portato alla stagnazione e alla montagna del debito pubblico – e quello che serve invece all’Italia. La mancata risoluzione a sinistra della “questione liberale” tante volte da te richiamata consiste in gran parte proprio in questo. Oggi tutti si dicono d’accordo con le soluzioni di Draghi, ma poi tra loro non condividono nulla: una situazione paradossale. Mi sembra un problema non da poco per il futuro, a meno che Draghi non decida di prescindere dalla rappresentanza politica dentro il suo governo…

 

G.R. Dentro il Parlamento Draghi dispone di una maggioranza quasi bulgara. Ci sarà l’opposizione di facciata di Fratelli d’Italia, ma che sui processi essenziali voterà a favore. Pensare che le forze politiche si pongano il problema della coerenza di comportamenti rispetto alle linee fin qui adottate, è abbastanza difficile che accada. 

 

L.O.R. Ma non è solo una questione di coerenza ideale. Riguarda anche gli interessi materiali delle forze politiche. Specie per quelle che fondano il loro consenso sulla parte di società – penso ai dipendenti pubblici – che hanno potuto godere della garanzia di non essere toccati dalle conseguenze della crisi economica. 

 

G.R. Non so se il governo Draghi avrà tra le sue ricette quella di ridurre tali garanzie. Certo punterà a convertire una parte degli investimenti su interventi strutturali. Il che significa riammodernamento dei trasporti, riconversione delle linee web e delle telecomunicazioni, la ripresa dei lavori pubblici. È una traiettoria che consente di arginare la fine del blocco dei licenziamenti prevista per il 31 marzo 2021. È vero che può esistere il rischio delle resistenze della rete para-statale e burocratica, oppure di ribellioni in caso di lesione degli interessi corporativi e garantiti, ma alla fine dove vanno? 

 

Verranno poste in essere delle contromisure rispetto alla riottosità della pubblica amministrazione a riconsiderare il proprio ruolo, che fra l’altro in questo anno è stato l’unico come dicevi ad essere completamente coperto e garantito. Qualora prossimamente dovessero eventualmente stringere la cinghia, c’è da augurarsi che in parallelo ci saranno investimenti sugli interventi strutturali ciò comporterà un riflesso complessivo sulla situazione economica generale. Le ricadute saranno positive per la maggioranza del Paese che non corrisponde e non è schiacciata sugli interessi dei soli dipendenti pubblici. L’eventuale opposizione di questi ultimi sarà per tanto controllabile.

 

Poco controllabile sarà il consenso del PD, che al 90% proviene da questi settori sociali. Da decenni il PD non ha nei soggetti attivi e produttivi la base del suo elettorato. Vedremo quanto durerà la consonanza fra i dirigenti di estrazione ex Pci e la sinistra democristiana di Franceschini. Lo scenario è di sommovimento, in cui possono inserirsi anche ingredienti di cultura liberale senza che ci sia un soggetto politico capace di valorizzarli. E questo perché il polo socialista, liberale, radicale è stato estromesso violentemente dalla politica italiana, senza che nessuno ne abbia ereditato il metodo e la capacità di governo.

 

 


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