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04/04/25 ore 12:46:50

L’Unione europea e Mario Draghi


  • Silvio Pergameno

La conferenza stampa tenuta il 7 agosto da Mario Draghi assumerà nel tempo una rilevanza storica per un motivo che non pare sia stato sottolineato sui quotidiani e sui TG: il governatore della Banca Centrale Europea ha infatti – pur sotto apparenza tecniche - fatto un discorso politico di prima grandezza.

 

Draghi, infatti, dopo aver rilevato che in Europa l’andamento delle riforme strutturali non ha natura lineare, perché ci sono paesi che di novazioni ne hanno messe in atto a sufficienza, altri invece meno e altriancora che invece battono la fiacca (avendo di mira soprattutto l’Italia e la Francia), ha con tutta chiarezza sottolineato l'urgenza europea di dotarsi di una governance comune anche a costo di lasciare più potere alle tecnostrutture di Bruxelles: per i paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali, come avviene per la disciplina di bilancio".

 

La crisi che l’Europa sta attraversando, e che si protrae perché è il risultato di uno sconvolgimento profondo, consentirà di essere veramente superata soltanto in tempi lunghi e attraverso un percorso bene orientato.

 

Giustamente Mario Draghi si è soffermato sul ruolo della vicenda ucraina e quindi del coinvolgimento della Russia. L’evoluzione dei fatti di Ucraina, se non vogliono volgere verso un futuro incerto e problematico sono legate a forme di connessione con l’Unione Europea; le conseguenze sono che l’Europa deve dare una mano all’Ucraina e questo significa assumere atteggiamenti prudenti ma decisi nei confronti della Russia. Ecco le sanzioni, che sulla Russia hanno un peso rilevante.

 

E la Russia reagisce: con misure di blocco nel campo del commercio estero con l’Europa. Quali riflessi allora potranno derivarne per quei paesi, soprattutto la Germania, che ha un volume di decine e decine di miliardi di esportazioni in Russia, alle quali sono legati i buoni risultati della sua economia? 

 

A questo punto è chiaro che il discorso di Draghi è diretto a tutti i paesi che hanno adottato la moneta comune, con tutti i limiti che su questa agenzia e su Quaderni Radicali si è avuto occasione di sottolineare ripetutamente: in sintesi il fatto di aver dato vita a una moneta senza darle il sostegno di un governo comune, di una politica comune: il discorso finanziario, cioè, in quanto parte essenziale del discorso economico, diventa necessariamente discorso politico. E, stante la complessità dei tempi correnti, assume una portata storica.

 

A scopo orientativo non si può allora fare a meno di ricordare che tra la fine del secolo decimo nono e i primi decenni del novecento, nell’Europa continentale gli effetti e le esigenze della rivoluzione industriale, sommatisi alle profonde correnti critiche nei confronti delle democrazie, all’avanzata di un ossessivo  nazionalismo "identitario" e alla generale crisi spirituale che ha trovato profonda espressione nei movimenti artistici e letterari, hanno prodotto l’affermazione di culture autoritarie con le conseguenze disastrose che tutti conosciamo: la cultura del novecento è stata in larga misura in Europa (con esclusione degli anglosassoni) largamente fascista e comunista.

 

Il profilo economico che caratterizzò quell’epoca fu il protezionismo, la chiusura degli stati entro i propri confini, cioè la frantumazione autarchica della produzione agricola e industriale, la riduzione al minimo del commercio estero, la politica bellicista di conquista di territori ricchi di materie prime, che venivano così sottoposti al potere dei conquistatori. E la politica degli stati sociali, come si è articolata in Europa, è largamente legata alla presenza degli stati nella vita economica.       

                                      

Naturalmente esistevano delle contraddizioni, strettamente connesse con le ideologie imperanti e in buona sostanza catalogabili in due categorie. In primo luogo l’indeterminatezza del concetto di identità: nazionale, etnica, razziale… che portava a processi di frantumazione sempre più marcati e tuttora persistenti. Basti guardare all’Europa dell’est, dove la cartina geografica presenta una serie di macchioline: i tre stati baltici, la divisione della Cecoslovacchia, la polverizzazione della Jugoslavia… e la stessa consistenza del colosso russo, stracarico di etnie tenute insieme da un dominio che non può che possedere caratteri quanto meno autoritari.

 

In secondo luogo (senza voler dare portata valoriale a questa elencazione) il fatto che i popoli sottoposti al dominio coloniale hanno preso coscienza del diritto all’eguaglianza e quindi all’indipendenza e alla propria organizzazione sovrana.

 

Negli anni che stiamo adesso vivendo il fenomeno macroscopico che ne determina il carattere essenziale è rappresentato senza dubbio dalla globalizzazione, la quale ha posto i popoli europei di fronte a un meccanismo di concorrenza ad armi impari: i sistemi di produzione europea sono costosi e ad essi si aggiunge la larghissima spesa rappresentata dalle provvidenze degli stati sociali.

 

Cosa fare allora? Tornare a forme di protezionismo come cento anni fa, mettendo a rischio contenuti essenziali delle nostre democrazie, smentendo secoli di costruzione dei valori profondi del pensiero cristiano e illuminista: uguaglianza e umanitarismo e prima di tutto le libertà fondamentali valevoli per tutti?

 

Siamo riusciti ad evitare questa tragedia; l’idea di Europa è riuscita ad evitare questa tragedia. E non a caso contro l’Europa si schierano le forze tradizionaliste, conservatrici, reazionarie e quelle incapaci di staccarsi dall’immediatezza del quotidiano, che si traduce poi, al livello di classe politica, nella ricerca del consenso a breve termine e nell’ossessione della sopravvivenza. Di qui le tendenza antieuropee, di qui la spinta per l’ abbandono dell’euro e per il ritorno alle monete nazionali e alle sovranità nazionali. 

 

Si è così determinata per l’Europa una condizione ricca di incertezze, che nei paesi più sensibili e nei quali più significativa è stata la presenza comunista dopo la seconda Guerra mondiale, come l’Italia e la Francia, crollato il comunismo sono rimasti i comunisti o i postcomunisti (come anche le pattuglie postfasciste): milioni e milioni di cittadini cui non è rimasto che l’attaccamento al passato.

 

Questo è il panorama, queste sono le sfide. Agli alti livelli Mario Draghi è un po’ l’unico a rivelarsi bene orientato.

 

 


Commenti   

 
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