La conversazione tra Maurizio Griffo, Luigi Rintallo e Giuseppe Rippa è incentrata sul libro di Griffo Sui margini di Tocqueville (Rubbettino; 2025), un volume che analizza il pensiero del celebre filosofo liberale in chiave storica e metodologica. Gli interlocutori evidenziano come Alexis de Tocqueville abbia predetto l'avvento dell'uguaglianza sociale, avvertendo però dei rischi legati al conformismo di massa e alla possibile deriva autoritaria delle democrazie moderne. Griffo sottolinea che, per l'autore francese, la libertà non dipende solo dalle leggi, ma richiede una base sociale matura e consapevole, capace di esercitare una reale responsabilità individuale. Il dibattito mette in luce l'attualità di queste riflessioni, applicandole alla crisi del panorama politico italiano e ai pericoli della disinformazione contemporanea. In definitiva, la figura di Tocqueville viene presentata come una bussola intellettuale fondamentale per difendere l'autonomia del cittadino contro le omologazioni ideologiche… Di seguito la sbobinatura della conversazione…
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Rippa - La “questione liberale” è sempre stato il punto centrale del lavoro che in questi anni «Quaderni Radicali» e «Agenzia Radicale» hanno provato a sviluppare da un punto di vista storico, filosofico, ma fondamentalmente anche politico. Attorno ad essa si articola evidentemente anche l'approccio dell'impegno politico che, come radicali, abbiamo assunto e che proviamo a realizzare con la rivista e con il sito web dell’agenzia.
Oggi, con questo incontro, cerchiamo di mettere a fuoco una sorta di ripescaggio di quegli autori accantonati dal dibattito politico, che in qualche modo continuano a nutrire e a dare forma ad una lettura degli avvenimenti intorno a noi e che testimoniano come e perché l'Italia viva in una sorta di dinamica che la porta a una obiettiva azione di declino, al di là delle vantate rappresentazioni di crescita che sembrano molto lontane dalla realtà.
Con me ci sono Luigi Oreste Rintallo, che per «Agenzia Radicale» cura anche molte recensioni, e il professor Maurizio Griffo, un nostro vecchio amico, professore presso l'Università di Napoli e ordinario di Storia delle dottrine politiche alla Federico II. Partiremo dalla sua raccolta di saggi che hanno per oggetto uno dei più grandi autori di cultura liberale che è Tocqueville: il libro a cui facciamo riferimento è Sui margini di Tocqueville, edito da Rubbettino.
Se siete d'accordo, do la parola a Luigi Rintallo, che ha recensito il libro sul sito dell’agenzia, per poi guadagnare uno spazio di intervento sugli sviluppi che la discussione con Maurizio Griffo mi auguro possa produrre.
Rintallo - Grazie a Giuseppe Rippa, direttore di «Quaderni Radicali» e di «Agenzia Radicale». Comincio direttamente dalle impressioni che ho avuto dalla lettura del libro di Maurizio Griffo, che si sofferma su alcuni aspetti dell'opera di Alexis Tocqueville. La prima cosa che mi ha colpito sono stati gli immediati riscontri con molte situazioni della contemporaneità, che emergono dalle riflessioni riportate e che spingono a considerare Tocqueville davvero un punto di riferimento indispensabile per chi voglia dare al liberalismo, all'idea liberale, un impianto pragmatico e riformatore.
Infatti, pur muovendo dalla consapevolezza di fondo che le società nel corso della storia procedono verso l'eguaglianza, Tocqueville dimostra subito di aver ben presente quanto di potenzialmente autoritario ci sia nelle forme di “democrazia totalitaria” che sono state descritte, ad esempio, da Jacob Talmon. Secondo me, questo è un aspetto di assoluta rilevanza per oggi, quando noi notiamo la deriva giacobina che rischia di pregiudicare senza rimedio l'efficacia delle forze progressiste, che in questo modo diventano solo nominalmente tali e assumono piuttosto contorni distopici.
Mi piacerebbe che da questa discussione emergessero appunto le note di attualità presenti nei saggi di Griffo. Griffo analizza sia i libri più noti di Tocqueville, come La democrazia in America, sia altri aspetti particolari come la sua ricerca sul colonialismo inglese in India oppure l’interessantissima corrispondenza di Tocqueville dal soggiorno a Sorrento.
Sono spigolature di vari aspetti dell'opera di Tocqueville, dalle quali però si rileva sempre la capacità di partire dagli elementi reali proponendo una interpretazione dei fatti che non è mai gravata dal peso degli ideologismi.
Griffo – Il mio è un libro di storia e quindi la sua attualità non è immediata, ma è un'attualità mediata dal fatto che ci troviamo con un autore che si è confrontato con una situazione molto diversa da quella che noi viviamo. È un libro di storia e quindi anche di storiografia, nel senso che ci si sofferma anche sulle interpretazioni che sono date di Tocqueville.
Tocqueville è il profeta, ma qual è la grande intuizione di Tocqueville? Lui è il profeta dell'età democratica, cioè dello Stato sociale democratico, che non va considerato come una condizione dipendente unicamente dall’organizzazione delle istituzioni, da come si eleggono i governi o da come si determinano le cose, ma è uno stato della società in quanto tale.
La società a base aristocratica non esiste più, non c'è più il privilegio di nascita e la democrazia vive una sorta di continuo avanzamento, una marcia inarrestabile verso un progressivo agguagliamento delle condizioni, non nel senso di un livellamento economico, ma di una tendenziale scomparsa delle distinzioni di rango, di condizione, di ruoli professati o prestabiliti.
Una spinta che può mettere in discussione, nel lungo periodo, qualunque gerarchia sociale, non solo di nascita, ma anche epistemica o di acquisita conoscenza. È questa condizione democratica, ciò che profetizza negli anni '30 dell’Ottocento.
Se la società, lo stato socialdemocratico è la condizione dell'uomo moderno, allora bisogna trovare il modo di far convivere la libertà con questo stato democratico. Qui si trova l'aspetto “profetico”, dal momento che questa condizione mette in discussione tendenzialmente qualsiasi gerarchia sociale. In altri termini, il processo per cui siamo tutti uguali è un processo mentale, perché poi – chiaramente – di fatto siamo differenti. Nell’individuare un agguagliamento potenziale vi è in Tocqueville l'elemento di attualità. Qual è questo elemento? Che le condizioni non sono prefissate o prestabilite, per cui la gerarchia non viene rifiutata anche a livello epistemico.
Naturalmente ci sono altri motivi legati alla sua persona, perché era un uomo dell'Ottocento e tutti sanno che lui era erede di una famiglia di antica nobiltà. Ma, si badi, la nobiltà di Tocqueville da parte di padre era nobiltà di spada, anche se non è precisamente determinato quando e come, ma dalla parte di madre era anche una nobiltà di toga. In Francia era possibile diventare nobili o per meriti storici e militari, per cui i nobili più antichi erano una nobiltà di spada; o di toga, nel senso che si acquistavano cariche pubbliche. La famiglia di Tocqueville aveva entrambe queste caratteristiche, cosa non frequente all'epoca. Peraltro, Tocqueville era imparentato sia con i Malesherbes – e Guillaume de Malesherbes fu il difensore di Luigi XVI – sia con Chateaubriand che era uno zio acquisito, per cui apparteneva a un certo milieu francese.
C'è una caratteristica che lo guida però in tutto questo: la nobiltà di origine. La sua famiglia era di origine normanna e il loro feudo era in Normandia: non erano mai stati a Versailles. In questo senso, Tocqueville è sempre stato un fautore dell'autogoverno locale, a partire proprio dal ruolo di responsabilità sociale rivestito in origine dalla sua famiglia quale filtro della società che risiedeva nel territorio del feudo. Nel libro, rimasto incompiuto, da lui dedicato all’Antico regime prima della Rivoluzione, vi è una sorta di peana, di lamentazione contro l'esautoramento dei nobili che vengono trasportati a Versailles e perdono il loro ruolo sociale. A quel punto la rivoluzione è inevitabile perché la nobiltà non svolge più un ruolo sociale ed è drammaticamente vista come una forma di parassitismo e questo spiega secondo lui quanto poi accaduto.
Tocqueville, come tutti sanno, diventa esperto dell'America perché nel 1831-1832, assieme all’amico di una vita Gustave de Beaumont, fa un viaggio negli Stati Uniti. Sono i famosi nove mesi negli Stati Uniti ricostruiti più volte dalla storiografia e di cui sappiamo tutte le tappe del viaggio. All’epoca, Tocqueville era giudice supplente a Versailles e nel '31, dopo la rivoluzione di luglio, siccome voleva entrare in politica, compie questa missione. Al ritorno, Tocqueville scrive il libro che lo ha reso famoso.
Tra lui e Beaumont, è interessante notare come si realizzi dopo il viaggio una sorta di divisione di ruolo tra i due amici, che faranno entrambi carriera politica con alterne vicende. Beaumont scriverà un libro su quello che è uno dei grandi problemi dell'America, cioè la segregazione razziale e lo schiavismo: Marie, ou l’esclavage aux Etats-Unis, da poco tradotto anche in italiano. Invece, Tocqueville scrive La democrazia in America di cui va sottolineato come si occupi soltanto di una parte degli Stati americani. Va tenuto presente che, al tempo del viaggio, l’America vive un'epoca di passaggio perché in quella fase stava finendo la generazione che aveva fatto la Rivoluzione – sostanzialmente il clan dei Virginiani – e andava affermandosi la democrazia populista di Andrew Jackson.
C’erano solo ventiquattro Stati e cominciava la corsa verso ovest, quando Tocqueville descrive la democrazia americana, ma attenzione: non è tutta l'America, quella che lui descrive. Questo è un altro aspetto interessante che ci riporta a quanto osservato prima da Rintallo, perché permette di cogliere il nucleo etico-politico del mio libro, che in realtà è una ricerca di storia e di storiografia.
Tocqueville non descrive l'America tutta, descrive il New England. L'autogoverno di cui parla rispecchia una società in cui c'è un rapporto virtuoso tra opinione pubblica, religione, politica e partecipazione. Ma non è tutta la società americana, è il New England con Boston e Philadelphia, sono cioè gli Stati più della costa orientale. Già quando si sposta verso il Mississippi, si rende conto che la società americana è del tutto diversa e la situazione non è affatto paragonabile. È interessante quindi questo aspetto, che spesso viene dimenticato: Tocqueville aveva l'idea che in qualche modo l'autogoverno fosse naturale, ma ciò presupponeva una sorta di soglia di accesso all'autogoverno. Nel New England l'autogoverno e la partecipazione politica erano un fatto quasi naturale, per cui la democrazia non degenerava. Se già andiamo verso l'ovest, se già andiamo oltre il Mississippi – e quindi negli Stati schiavistici – la situazione era diversa. A leggere gli appunti che ha lasciato, dimostra di essere molto più pessimista.
Se poi andiamo a vedere Tocqueville quando va a Sorrento per curarsi, perché nel 1850 aveva avuto il primo attacco di tubercolosi, una malattia all'epoca molto grave per la quale non c’era cura e si mandava la gente nei Paesi caldi, ebbene vediamo che nei mesi passati tra Sorrento e Napoli c’è una sorta di rovesciamento del New England americano. Dalle lettere inviate a un amico, ricaviamo la sua convinzione per cui qualunque governo per potersi reggere ha bisogno di un retroterra sociale che lo sostenga. Senza una società matura, senza questo retroterra è in qualche modo inutile immaginare un governo.
Quindi, arrivato a Sorrento, in qualche modo Tocqueville dice: qua siamo al contrario, non lo dice esplicitamente, ma lo si capisce, è il contrario del New England. Ha di fronte una società così arretrata, così primitiva che non è in grado di autogovernarsi. Questo aspetto qua mette in discussione, in qualche modo, uno dei punti fermi della sua visione, secondo il quale l'autogoverno insegna a governare. A leggere con attenzione, ci rendiamo conto come anche questo assioma che guida le sue considerazioni è un assioma che pone delle condizioni di accesso: se non ce le hai nessun autogoverno è possibile. Il che problematizza in qualche modo la visione di un Tocqueville fautore dell'autogoverno locale.
Ci sarebbero da fare anche altre considerazioni più di carattere storiografico, ma prima di aggiungere qualcos’altro volevo chiedere a Rintallo cosa aveva da dire su questo aspetto qui e se gli sembrava convincente questa mia carrellata sulla “soglia di accesso” all’autogoverno.

Rintallo - Certamente Tocqueville ha questa caratteristica di avere – com’è scritto anche nel suo saggio – una facoltà predittiva, nel senso di capire al volo quali potrebbero essere le evoluzioni di certi passaggi politici. Sicuramente è vero che egli sottolinea come la base di una democrazia non può essere soltanto il sistema di regole istituzionali, se non c'è una società retrostante che abbia il senso dell'autonomia e della responsabilità dei singoli.
Un altro aspetto che mi ha sollecitato riguarda il modo in cui oggi spesso, quanti sono propensi a contestare il principio della sovranità popolare, facciano ricorso alla nota formula di Tocqueville della “tirannia della maggioranza”. Chi lo fa, sottintende che non sempre le maggioranze sono in grado di scegliere, ma in realtà si trascura un fatto importante: Tocqueville era preoccupato della dittatura della maggioranza, non dal punto di vista del far partecipare la popolazione all'autogoverno, ma dal momento in cui si avviano quei processi di omologazione per cui al cittadino responsabile si sostituisce, diciamo così, l'individuo massa.
L’osservazione va inquadrata pertanto entro la cornice di una realtà in cui agli individui non è possibile esercitare l'autonomia e la responsabilità, non certo per contestare il principio generale del voto libero e uguale dei cittadini. A proposito della società del Regno Borbonico, Tocqueville rilevava che era completamente fuori dalla logica politica ed era, come prima detto, in una situazione di primitivismo sociale. In questo senso, rilevo che la facoltà predittiva di Tocqueville ci proietta sulle problematiche legate al pensiero omologante, dove appunto l’individuo-massa è ben lontano dall’essere un cittadino autonomo e responsabile e può essere facilmente manipolato.
Griffo – La “tirannia della maggioranza” non è un concetto relativo al meccanismo del voto e lo coglie subito John Stuart Mill quando recensisce La democrazia in America, alla sua uscita. Piuttosto, descrive una forma di conformismo sociale. Le società democratiche non hanno più le grandi individualità delle società aristocratiche e per questo sono esposte al conformismo sociale. In questo senso, la formula non riguarda i meccanismi istituzionali o elettorali, che si possono comunque cambiare, ma riguarda l’insieme dell’assetto della società. Se si manifesta un’opinione dominante e questa non viene contrastata, la democrazia porta con sé il pericolo del conformismo sociale. Rafforzare le responsabilità individuali non è semplice in una società democratica, per cui la formula della “tirannia della democrazia” va intesa in senso sociale e non in senso costituzionale.
Tocqueville teme il conformismo sociale e contro di esso l’appello alla libertà che fa Tocqueville, il quale non è un liberale classico ma interpreta il liberalismo in una chiave aristocratica, rimanda piuttosto a un ideale morale. Designa la capacità di essere libero sotto le leggi, di sentirsi liberi, una sensazione interna che non è affidata solo ai meccanismi costituzionali – che pure hanno la loro importanza.
Così come non è affidata solo al libero mercato, anche se Tocqueville è un critico durissimo delle teorie socialiste. Prima del 1848, Tocqueville attaccò le idee degli utopisti e riteneva che non avessero alcun valore dal punto di vista concettuale. Del socialismo in generale egli aveva una considerazione pessima, senza però essere un dottrinario del libero mercato sebbene si renda conto che il libero mercato è un meccanismo che consente una maggiore crescita sociale.
Rippa – Partendo dalle considerazioni fatte da Maurizio Griffo, circa il fatto che il suo saggio è un libro storico da inquadrare nei suoi termini storiografici, vorrei raccogliere le emozioni che mi ha suscitato il richiamo a Tocqueville trattato metodologicamente nel libro in una chiave non scontata. Non a caso il titolo recita Sui margini di Tocqueville: questa indicazione sui margini è già un andare alla ricerca di segmenti non approfonditi nel dibattito pubblico.
Ma vengo immediatamente richiamato da una tentazione, quella di riportare questi contributi all’attualità che è poi parte dello scenario della mia azione in quanto tale. Due cose mi avevano intrigato.
La prima si riferisce al Regno di Napoli e alle considerazioni un po’ smarrite di Tocqueville, che si accorge come la mancanza di una base sociale non rende possibile il percorso del mutamento. Penso, allora, alle iniziative che, da un punto di vista politico, uno ha tentato di sviluppare, probabilmente con una forma di inadeguatezza rispetto allo scontro in atto. Si puntava, appunto, a nutrire il soggetto sociale di ingredienti che gli diano l’autonomia e il concetto di responsabilità. In questo senso, il contributo di Tocqueville va in una direzione molto precisa: se non c’è una base sociale che ha una forma di conoscenza e di percezione delle situazioni, difficilmente si ha il mutamento.
Mi fa pensare anche al quadro dell’informazione, della conoscenza nel nostro tempo che sopporta il formarsi di quello che un tempo chiamavamo il “grande imbecille collettivo”, vale a dire il processo informativo deformante che allontana il soggetto sociale dall’effettiva conoscenza dei fatti, la sola che dà poi nutrimento alla compiutezza democratica di una società. L’emozione che mi suscita Tocqueville, al di là della giusta sottolineatura di Griffo circa il tener conto della sua collocazione temporale, sta proprio nel fatto che ci fornisce dei contributi non in chiave profetica, ma certamente in chiave metodologica.
Il secondo aspetto intrigante riguarda la riflessione sul conformismo sociale, che ha dei riflessi nel tempo che viviamo. Pensiamo alle dinamiche che i nuovi mezzi tecnologici ci forniscono, per cui il grande imbecille collettivo è diventato ora il grande imbecille individuale che resta nutrito proprio dal conformismo sociale. Un conformismo omologante quanto mai lontano dalla percezione dei dati di fatto reali e questa mancanza di adesione, che poi forma un’opinione dominante del tutto disancorata dalla realtà, fa parte anch’essa di un meccanismo di controllo limitante la libertà.
Mentre nell’Ottocento, ai tempi di Tocqueville, alla perdita di intensità dell’aristocrazia corrispondeva una pulsione che andava in una certa direzione, il conformismo sociale che viviamo oggi è il prodotto di un’azione che ha nella “non conoscenza” il presupposto essenziale. Concludo affermando che il libro di Griffo ci consegna degli ingredienti lucidi per capire come il tempo che viviamo, senza il recupero del concetto di responsabilità, a sua volta unito alla conoscenza e al ruolo della libertà che ora non è adeguatamente fissato nella memoria collettiva, lascia aperto il varco a dinamiche per cui il disagio presente trova negli ideologismi la riproposizione di criteri, dal nostro punto di vista, autoritari.
Griffo – Per me Tocqueville può definirsi il “profeta dell’età democratica”. Questa è la sua grande predizione azzeccata. L’età democratica si sviluppa secondo certi parametri e questo lui lo coglie perché è un aristocratico che ha visto la democrazia e non vuole rinunciare alla libertà. Quali sono le condizioni per la libertà non riesce a vederlo, perché muore nel 1859 quando la Francia è ancora sotto la fase autoritaria del Secondo impero.
Tuttavia, dopo di lui la libertà manterrà una sua forza e troverà in qualche modo un suo equilibrio. Certo, oggi Tocqueville può considerarsi una bussola per capire – come diceva Rippa – la possibile marcia del conformismo, in quanto è sempre stato in grado di leggere i pericoli del conformismo democratico proprio perché amava la libertà e della libertà aveva una visione che non era meramente istituzionale ma era una libertà di grado morale rispetto alla quale bisogna saper essere all’altezza.
- ‘Sui margini di Tocqueville’ di Maurizio Griffo. Conversazione con Luigi O. Rintallo e Geppi Rippa (Agenzia Radicale Video)
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é uscito il N° 119 di Quaderni Radicali "EUROPA punto e a capo" Anno 47° Speciale Maggio 2024 |
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è uscito il libro Edizioni Quaderni Radicali ‘La giustizia nello Stato Città del Vaticano e il caso Becciu - Atti del Forum di Quaderni Radicali’ |
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è uscito il libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo "Napoli dove vai" |
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è uscito il nuovo libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo "l'altro Radicale disponibile |