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21/05/26

Cina-Usa: un vertice di assenze ma non inutile. Conversazione con Francesco Sisci di Giuseppe Rippa


Categoria: ESTERI
Pubblicato Lunedì, 18 Maggio 2026 16:52

Tra i caratteri comuni del sistema informativo italiano (e non solo, anche europeo e di numerosi commentatori americani) relativamente al vertice di Pechino tra Trump e Xi Jinping vi è un unico filo conduttore: il presidente degli Stati Uniti d’America è debole e sconfitto, mentre il presidente cinese, segretario del partito comunista di Pechino, tra i detti e soprattutto i non detti, abbia voluto dettare lui le nuove linee del rapporto tra Cina e Stati Uniti… È così?

 

Quella di dare del pazzo a Trump (che non appare poi una ipotesi surreale) è un vezzo di molti che confondono l’America con un suo presidente pur di supportare la loro passione antioccidentale e supportare la tesi del decliniamo americano oramai avviato alla perdita della sua egemonia. Con questo ovviamente dando una mano a quei paesi oligarchici, autoritari e poco propensi alla pratica democratica (pur con tutte le sue innumerevoli contraddizioni).

 

Qualcun altro ha riacceso l’idea che Stati Uniti e Cina possano trovare un’intesa per spartirsi il mondo, un G2  con altri attori subalterni e obbligati ad adattarsi.

 

“… L’idea non è priva di sostanza - ha scritto Riccardo Alcaro (IAI) - , considerando la preponderanza economica, tecnologica e militare delle due potenze e l’apparente (nel caso di Xi) ed evidente (nel caso di Trump) disponibilità a trattare su base bilaterale senza grande riguardo per altri. Tuttavia, sebbene la retorica del vertice abbia evocato almeno indirettamente il condominio a due, la più prosaica realtà è che esso è servito piuttosto come primo passo per stabilizzare la relazione più importante del mondo. Il che non è poco, ma certo è non sufficiente a dare vita al G2…”.

 

Se qualcuno contava sul vertice di Pechino tra Trump e Xi Jinping per porre fine ai vari conflitti è stato certamente deluso. Non è andata così, anche perché non poteva finire altrimenti. “… Stati Uniti e Cina - scrive il sito Wired - stanno sancendo importanti accordi economici, ricucendo le relazioni commerciali, smussando le frizioni dovute ai dazi, ma le tensioni geopolitiche permangono e restano evidenti…”.

 

Più attendibile, in questo contesto di simil argomenti anche se non esclude le molteplici problematicità del preoccupante quadro internazionale, è la tesi del sinologo Francesco Sisci che scrive: “ È stato un capolavoro di diplomazia in un momento molto difficile. Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping è stato soprattutto un esercizio di contenimento dei danni, un tentativo di prevenire un ulteriore deterioramento delle relazioni bilaterali piuttosto che un serio sforzo per migliorarle. Di quest'ultimo, però, non si intravedeva quasi traccia.

 

Le dichiarazioni delle due parti divergevano su molti punti, ma forse il segnale più significativo risiedeva in ciò che era assente. Nessuno dei due comunicati menzionava l'intelligenza artificiale o le terre rare, i due temi bilaterali più scottanti degli ultimi mesi, il che suggerisce che su questi argomenti il divario tra Washington e Pechino rimane davvero molto ampio. Per la prima volta nella storia di visite di questo tipo, un presidente americano ha portato con sé il suo segretario alla Difesa…”.

 

Questo contesto è fondamentale. Vista in quest'ottica, la stabilizzazione non è certo un risultato da poco. Eppure, sotto il sottile strato di cenere diplomatica, le braci continuano a brillare.

 

Durante il vertice, un problema evidente e ineludibile era rappresentato dal resto dell'Asia. I paesi della regione si trovano in una situazione difficile: spaventati dalla Cina, non desiderano sottomettersi ad essa, ma al contempo temono di essere abbandonati dagli Stati Uniti. Se percepissero un autentico riavvicinamento tra Washington e Pechino, molti accelererebbero quasi certamente i propri programmi di rafforzamento militare e, ancor più allarmante, i programmi di riarmo nucleare.

 

“… La Cina non ha mai conquistato il Giappone - scrive sempre Sisci - . Nel corso dell'ultimo secolo, il Giappone è stato la vera grande potenza asiatica, e i ricordi della Seconda Guerra Mondiale, ancora così vivi in Cina, devastata dalle forze giapponesi, assumono un significato ben diverso altrove nella regione. In Vietnam, Indonesia e India, molte fazioni locali si schierarono con il Giappone contro i dominatori coloniali francesi, olandesi o britannici. Parte delle élite al potere odierne conserva ancora legami con quella storia, e tutte condividono una diffidenza nei confronti della nuova assertività della Cina…”.

 

Qui sta la falla in una certa illusione cinese. La presenza americana in Asia non fa pendere la bilancia a sfavore della Cina, bensì la stabilizza. Senza gli Stati Uniti, questi Paesi non si piegherebbero a Pechino, ma si coalizzebbero contro di essa. Lungi dall'accelerare il dominio cinese, un ritiro americano potrebbe innescare proprio la corsa agli armamenti e lo scontro regionale che Pechino afferma di voler evitare.

 

“… Ciò che esiste oggi - sottolinea sempre il sinologo - è un equilibrio precario e fragile, che potrebbe frantumarsi da un momento all'altro. Questa è la vera faglia della tensione globale e, se gestita male, potrebbe trascinare il mondo in un territorio senza precedenti…”.

 

Proprio con Francesco Sisci, che tra l’altro ha insegnato per oltre trent’anni all’università per stranieri di Pechino, discute nella conversazione di Agenzia Radicale Video Giuseppe Rippa.

 


- Cina-Usa: un vertice di assenze ma non inutile. Conversazione con Francesco Sisci di Giuseppe Rippa

(Agenzia Radicale Video)

 

 



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